Dolce come il cioccolato. Laura Esquivel

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Quando penso a questo libro, in primis, penso ad Anna e alla sua bellissima libreria gastronomica.
Ricordo le sue parole, quando mi suggerì questo libro, ricordo il pezzetto che abbiamo letto insieme durante la mia lezione di food writing tenuta esattamente un anno fa.
Ripenso a come il tempo sia mutevole e incerto, e come la cucina -e le parole- siano un legame indissolubile tra le persone.

Oggi vi racconto di questa meraviglia letteraria che ho divorato nell’arco di due pomeriggi soleggiati a Valencia.
La storia è ambientata in un Messico di inizio secolo devastato da soprusi e dittatura.
Non solo sociale ma anche di classe.
Tita è la nostra protagonista principale e la cucina il suo ambiente preferito.
Nata trasportata dal pianto causato dalle cipolle, vivrà questo luogo come trasposizione di sè e dei suoi sentimenti.
Fin da bambina, accudita amorevolmente da Nacha, impara che il cibo può avere mille sfaccettature oltre che nutrire: diverte, alimenta, indispone. Ma soprattutto lega.

Il brutto di piangere tritando una cipolla è nel fatto che non smetti più.

Laura Esquivel

“Il destino cadde su di lei con la stessa forza con cui le sue lacrime caddero sul tavolo.”

Le ricette sono infatti il legame tra le due donne, preziosa eredità di Nacha che, come sostiene Tita, vivrà in eterno finchè qualcuno sarà in grado di cucinarle.
Privata del matrimonio per una sciocca imposizione matriarcale, Tita diventa la cuoca ufficiale della casa e vive l’amore per Pedro attraverso i piatti che prepara ogni giorno.

“Sentiva un buco nero in mezzo al petto, dentro il quale s’insinuava un freddo infinito.”

In essi trasmette i sentimenti più profondi  che vive: erotismo, disperazione, nostalgia diventano ingredienti in grado di sconvolgere i commensali, nel bene e nel male.

“L’amore non si pensa, si sente o non si sente.”

Ricette che raccontano un popolo e un epoca, difficilmente riproducibili ma di certo, bandiere di una realtà, quella sudamericana, che assomiglia a quella raccontata da Garcìa Marquez in Cento anni di solitudine.

Dolce come il cioccolato

L’amore tormentato tra Tita e Pedro, che pur di starle accanto ne sposa la sorella, si dipana nei 12 capitoli creando sentimenti contrastanti ma evidenziando anche personaggi forti e perfettamente costruiti: la madre, le sorelle, le domestiche -che assomigliano ad adorabili topini di Cenerentola-, il medico buono, il generale vigoroso.

Le lacrime di Tita non avevano alterato il sapore della torta, ma trasmettevano una grande nostalgia, mangiandola.

E poi l’amore, e la cucina. Un amore difficile, quasi impossibile, che si accende come un fuoco e poi lascia l’anima arida. Un amore che toglie le parole e porta con sè un freddo gelido.
E quindi la cucina, linguaggio universale, che esprime tutto ciò che non si può dire attraverso la voce o i sentimenti; la cucina che è quel guscio che protegge, che aiuta a sistemare i pensieri, insieme alle stoviglie.
La cucina, che aggiusta tutto ma che ha i suoi tempi, proprio come l’amore.
E di certo, i suoi risultati a seconda degli ingredienti.

Sua madre aveva cominciato a ucciderla da bambina, a poco a poco, e ancora non le aveva sferrato il colpo decisivo.

E quindi, Anna, avevi ragione. Finalmente l’ho letto.
E tu sei con me.

 

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